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IL REFERENDUM E LA DEMOCRAZIA

I quattro referendum per l'abrogazione parziale della legge 40 relativa alla procreazione assistita hanno suscitato un acceso dibattito di carattere scientifico ed etico.
L'esito fallimentare della consultazione referendaria deve invece stimolare prima di tutto una riflessione politica, più precisamente una riflessione sull'impatto dell'astensionismo - e della sua promozione - sul nostro sistema democratico.
E più precisamente ancora non in relazione all'astensione in sé - più che legittima né all'indicazione relativa all'astensione promossa da ambienti non politici - anch'essa legittima, piuttosto all'astensione propagandata da ambienti politici - forse legittima ma sicuramente, dal punto di vista democratico, inopportuna.
Ampi settori della nostra classe dirigente si sono adoperati per questo esito non disdegnando l'utilizzo di argomenti quantomeno discutibili se non addirittura insultanti.
In primo luogo salta subito agli occhi la differenza di comportamento adottata a seconda che ci si trovi di fronte a consultazioni "rappresentative" (politiche, europee, amministrative) o a consultazioni di democrazia diretta (appunto i referendum).
Nel primo caso le nostre città vengono inondate di simboli, di facce, di programmi (a dire il vero più facce che simboli e più simboli che programmi), le cassette delle lettere sono sommerse degli stessi simboli e facce corredate, qualche volta, da affettuose lettere "all'amico elettore" ed imploranti preferenze personali.
Quando viceversa i cittadini sono chiamati a decidere direttamente sulle questioni loro sottoposte "l'artiglieria pesante" lascia il campo alla "fanteria appiedata" - quando va bene - oppure - quando va male -, si sollecita, con un crescendo di disinvoltura, l'astensione, la rinuncia ad usufruire di un diritto forte di cittadinanza ( giova ricordare che a turno, per i diversi quesiti referendari promossi nell'ultimo decennio, quasi tutte le forze politiche hanno predicato l'astensione).
Se esiste un elemento che distingue la democrazia da un regime non democratico questo è proprio la partecipazione dei cittadini alle scelte collettive. Naturalmente si può anche non essere d'accordo su tale assunto e preferire alla democrazia il "governo dei custodi", ma allora si abbia il coraggio di dirlo.
Ed invece con una indubbia e stupefacente abilità dialettica la classe politica si autodefinisce presidio democratico e, allo stesso tempo, predica la non partecipazione al voto invitando i cittadini a godere del ben più piacevole passatempo balneare. Perché sorprendersi dunque se anche i vertici istituzionali - Presidenti di Camera e Senato - si sono adoperati in questa attività dissuasiva?
Loro, sempre pronti a difendere - giustamente - la centralità e le prerogative del Parlamento, in questa circostanza non hanno trovato di meglio che reclamizzare la liceità - costituzionale - dell'astensione.
Eppure quante volte abbiamo ascoltato autorevoli opinioni - tra le quali spiccano proprio quelle di molti politici - denunciare con preoccupazione il fenomeno dello " scollamento tra Paese legale e Paese reale", "tra i cittadini e la politica", quando non addirittura denunciare con allarme il disinteresse, il disimpegno verso la cosa pubblica.
Se questi sono mali reali non è certo con l'astensione che si possono sanare.
Sin qui le argomentazioni discutibili; passiamo adesso a quelle offensive.
Robert Dahl (uno dei più autorevoli politologi e studiosi della democrazia) sostiene che insieme ai requisiti "tecnici" - diritto di voto, di associazione, periodicità delle elezioni, informazione libera e plurale ecc. - la democrazia è fondata anche su presupposti da lui definiti "principio forte di uguaglianza" e "presunzione di autonomia personale" (La democrazia e i suoi critici, 1990).
Secondo il primo: "i cittadini sono adeguatamente qualificati a governare se stessi"; per il secondo:"ognuno deve essere ritenuto il migliore giudice del proprio bene e del proprio interesse". È evidente che chi non crede che i cittadini dispongano di tali facoltà si iscrive ipso facto nel partito del regime dei "custodi" non in quello della democrazia. I politici lo sanno bene ed eccoli infatti protagonisti di un'ardita acrobazia logica: quando si tratta di scegliere i propri rappresentati i cittadini possiedono tali requisiti, quando invece si tratta di decidere direttamente quegli stessi requisiti scompaiono nelle nebbie di una insufficiente capacità di giudizio.
Uno degli argomenti maggiormente utilizzati a favore dell'astensionismo era più o meno questo: "il quesito è troppo complesso perché i cittadini (evidentemente considerati come microcefali incapaci di giudicare, questo l'ho aggiunto io ma è implicito in questa argomentazione) possano esprimere un giudizio con cognizione di causa. Insomma - chiosa finale - largo ai competenti ed ai responsabili!
Ma chi sarebbero questi competenti? La classe politica forse?
Se parliamo di competenza essa è veramente tutta da verificare a giudicare dallo stato di salute complessivo del Paese e dell'economia in particolare.
Se invece parliamo di senso di responsabilità che dire di una classe politica che di fronte alla crisi economica più grave degli ultimi decenni si sollazza beatamente con il "partito unico dei moderati" o si diletta a pesare la quantità di cicoria ingurgitata dai capi, presunti capi, capetti e quaquaraqua?
Oppure nel caso specifico dell'ultimo referendum, sono gli scienziati a doversi assumere l'onere della decisione? Realizzando così il mito positivista della sostituzione della politica - e della democrazia - con la scienza?
In ogni caso, par di capire, gli unici non abilitati sarebbero i cittadini.
Tuttavia siamo stati forse troppo severi: in fondo i partiti (neanche tutti) hanno lasciato libertà di coscienza ai propri elettori. Che spirito liberale!
Evidentemente l'alta considerazione che costoro hanno di se stessi li legittima ad autoproclamarsi proprietari delle coscienze individuali (ma per quanto ne so dovrebbero esse i regimi totalitari ad essere preda di questi deliri di onnipotenza).
Ma era veramente troppo chiedere di sostenere le proprie tesi attraverso il no e non diseducare i cittadini alla partecipazione? (a meno che non sia proprio questo il recondito obiettivo).
Ciò che è peggio è che la maggioranza degli italiani ha accettato l'indicazione.
Non so se per disinteresse, oppure a causa dell'argomento indubbiamente non semplice, oppure ancora per altri motivi. Può darsi che questo risultato sia scaturito dalla considerazione - molto spesso evocata - secondo cui "tanto non cambia niente".
E così non cambia niente veramente!

14-06-2005 Paolo Bertolotti


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