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LA RATIFICA DELLA COSTITUZIONE EUROPEA

Non passa giorno senza che ci vengano risparmiati sempre nuovi motivi per confermare il sospetto che alla nostra classe politica piaccia ben poco la partecipazione democratica dei cittadini.

Last but no least, la questione dell'approvazione del Trattato Costituzionale europeo.
L'intendimento emerso nel governo, e pare condiviso da gran parte dell'opposizione consiste nella ratifica tramite legge ordinaria.

Salta subito agli occhi, credo, la sproporzione tra l'importanza storica del documento e la frettolosità di un procedimento che non tiene in alcun conto l'opinione dei cittadini.

Dell'importanza di questo passaggio costituzionale vi è poco da aggiungere rispetto alla gran cassa suonata con vigore dall'intero universo politico italiano, coeso nell'indicare, giustamente, il lavoro della Convenzione come una svolta epocale.

È troppo chiedere che su questa svolta epocale siano ascoltati i cittadini, dopo tutti i discorsi sul principio di sussidiarietà?
In realtà l'eventualità di indire un referendum è stata da subito accantonata.
"D'altronde anche volendo" -intona il quasi unanime coro- "questa strada non è percorribile perché la nostra Costituzione (art. 75) non ammette l'uso del referendum per la ratifica dei Trattati internazionali".

Peccato che il "vorrei ma non posso" mal si addica a chi sta facendo scempio con colpi di accetta inferti a maggioranza, di oltre quaranta articoli della stessa Costituzione.
E che dire di coloro i quali, non più di tre anni fa, hanno riformato il titolo V con l'esile maggioranza di quattro voti?

Insomma, se non ho capito male, ciò che è riuscito ad entrambi gli schieramenti in beata solitudine non può essere conseguito dalla quasi unanimità delle forze parlamentari? Misteri della "Seconda Repubblica".

È del tutto evidente che la scelta adottata non è da ascrivere all'impossibilità di modificare un articolo della Costituzione, ma a ragioni di opportunità politica. Seguendo la traccia di queste "ragioni di opportunità politica" si finisce per sprofondare nel ridicolo.

Uno sostiene: "la scelta è stata determinata dalla volontà di contenere i già alti costi della politica"; il secondo azzarda: "non indicono il referendum poiché la gran parte delle forze politiche è comunque favorevole"; "è soltanto perché hanno deciso che l'Italia sia il primo paese a ratificare il Trattato", dice il terzo. E avrebbe ragione.

In questo caso non c'è neanche bisogno di prodursi in interpretazioni dietrologiche  perché sono i politici stessi a confessarlo tranquillamente.

"La strada referendaria è percorribile solo attraverso la riforma dell'art. 75 Cost., relativa doppia lettura in ciascun ramo del Parlamento ed ad intervallo di tre mesi". La Spagna ha indetto il referendum per il 20 febbraio: fate un po' i conti.
Conclusione: al popolo italiano viene scippato il diritto-dovere democratico del voto referendario perché i signori hanno deciso, per una volta, di fare i primi della classe.

23-11-2004 Paolo Bertolotti


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