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Ancora sulle primarie

Che la proposta delle primarie avesse ben altre intenzioni di quelle pubblicamente sostenute ("far partecipare i cittadini alle decisioni politiche") lo avevamo già "sospettato" - "il bluff delle primarie", settembre 2004-.
In verità non era affatto necessario possedere le qualità intellettive di un Pico della Mirandola per capirlo: era sufficiente riflettere sul contenuto della proposta. Se poi questo non fosse bastato poteva sopraggiungere, a conforto del sospetto, quella considerazione molto usata a Genova e riassumibile nel detto "conosco i miei polli".
Ciò che conto tuttavia, al di là delle facili previsioni, sono i fatti e questi confermano, purtroppo, le interpretazioni dietrologiche.
Diventa difficile sostenere ad un tempo il proposito di far partecipare tutti ad una scelta, con la volontà di preordinarne l'esito.
Gli scienziati della politica hanno riempito interi scaffali di biblioteca con opere nelle quali hanno reso edotti i lettori su quali fossero le condizioni minime di una elezione democratica: la prima e più elementare delle quali consiste appunto nella presenza di candidature alternative. Se l'elezione non rispetta questo requisito minimo - sono sempre gli scienziati della politica a parlare - essa diventa un'altra cosa (la quale infatti ha un altro nome: plebiscito).
Le "primarie alla Prodi" contengono in sé questa ambiguità: vogliono essere un'elezione partecipativa e allo stesso tempo sono un'acclamazione plebiscitaria. Il primo intento è sbandierato, il secondo celato.
Ora è chiaro che i diversi soggetti coinvolti si comporteranno diversamente a seconda che facciano riferimento al primo o al secondo intento, cosiccome è possibile che uno stesso soggetto faccia riferimento ad entrambi in momenti diversi in base alle proprie convenienze contingenti.
Così può avvenire che chi interpreta le primarie come un'elezione partecipativa - non importa se sulla base di un convincimento democratico autentico oppure sulla base di considerazioni tattiche particolari - si scontri con le reazioni di chi, invece, nella sostanza, pur se in maniera recondita e non confessata, sia a favore di un esito plebiscitario.
Soltanto tenendo presente questo doppio binario di ambiguità si può capire perché un'eventuale candidatura di Bertinotti susciti le compatte reazioni negative di coloro i quali sono più entusiasti sostenitori delle primarie.
La proposta secondo la quale qualunque eventuale candidatura debba essere appoggiata da almeno due o tre partiti, ponendo di fatto ostacoli insormontabili a chiunque non sia Prodi, indica da quali veri propositi siano animati i suoi estensori.
D'altra parte quando il disvelamento della doppia verità conduce il pettine sui nodi, non ci si può che attendere le reazioni scomposte di chi si è fatto trovare con "le mani nel sacco".
Il "se ti candidi tu mi candido anch'io" rivolto da Fassino a Bertinotti, assume un tono di minaccia solo se si intendano le primarie come un evento plebiscitario, perché diversamente nulla vi sarebbe di più naturale che il segretario del più grande partito della coalizione si candidasse.
Il nervosismo del Segretario dei DS non è privo di ragioni; lui che ha appoggiato la proposta adesso vede come un incubo un Bertinotti candidato pescare a piene mani nel "correntone" in via di disfacimento. Certo i DS avrebbero preferito un'elezione che coinvolgesse i delegati dei partiti e dei movimenti, una consultazione dei "grandi elettori" ma una soluzione incompatibile con l'ipocrita intento sbandierato ai quattro venti.
E così la partita delle primarie si giocherà sul terreno dei reciproci rapporti di forza, sul peso che ciascun candidato riuscirà a conquistarsi a forza sulla bilancia degli equilibri interni alla coalizione (ma anche su questo era facile profetizzare).
Nel frattempo, e nel completo silenzio dei loquaci protagonisti della querelle appena descritta, i candidati continuano ad essere designati dai ristretti vertici dei partiti (vedi elezioni politiche suppletive, vedi candidatura di Piero Marrazzo).
Arturo Parisi sul "Corriere" del 16 ottobre, invita accoratamente il centrodestra ad adottare le primarie "alla Prodi" per le future scelte del loro leader. Avanzando questo suggerimento egli è sicuro che un giorno il centrodestra gli sarà grato quando la successione di Berlusconi diverrà per quello schieramento un problema.
Naturalmente il collaboratore del "Professore" non ha dovuto suggerire agli avversari di non utilizzare il metodo delle primarie per la scelta di tutte le candidature, perché in uno schieramento nel quale vige tutt'ora la prassi dell'investitura dei "soldatini di piombo" da parte del "capo supremo" sarebbe stato fiato sprecato.
Invece aver consigliato agli avversari di adottare lo stesso progetto di elezioni primarie pensate per il centrosinistra, può essere in futuro motivo di soddisfazione: stante l'assenza di qualsiasi valenza partecipativa del progetto, chissà che il centrodestra non finisca per adottarle veramente.
Un'ultima considerazione: la regione Toscana sta discutendo di un progetto relativo ad elezioni primarie. Ci auguriamo di poterlo commentare positivamente.

Paolo Bertolotti
movdipartecipazione@libero.it
ottobre 2004

03-11-2004 Paolo Bertolotti


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